Paesaggi

Quando l’uomo modifica e costruisce non fa che inserire la propria azione nella natura avvalendosi della conoscenza che egli acquisisce dei meccanismi che presiedono all’ordine naturale. Il risultato dell’azione umana nella natura ha conseguenze concrete, verificabili. Ogni forma di costruzione del paesaggio si realizza secondo finalità e mezzi diversi a seconda delle culture, delle istituzioni e degli strumenti di cui ci si serve. La varietà dei paesaggi è all’origine delle varietà culturali, ovvero le componenti di una cultura si specificano entro spazi geografici che presentano manifestazioni unitarie. Il paesaggio rappresenta perciò stesso la mediazione vitale tra uomo e ambiente. Paesaggio dunque come tramite e strumento del rapporto uomo-ambiente e come testimone dell’uomo, del suo vivere e del suo operare. Con l’architettura, ad essere in discussione è la stessa appartenenza dell’uomo ai luoghi della sua vita, rispetto ai quali, con la crisi della socialità, egli tende a divenire estraneo, così come va divenendo estraneo alla propria lingua, ai propri gesti, al proprio corpo. L’azione quindi deve concentrarsi in questo recupero e nell’avere cura come atti fondativi volti a creare luoghi abitabili per chi è del luogo come per chi viene da fuori. E siccome ormai veniamo un po’ tutti da fuori, l’ospitalità che si esprime in un luogo abitabile dovrà costituirne l’essenza. Ciò acquista particolare significato in un’epoca come l’attuale che tra i suoi primati annovera quello di aver messo in discussione l’ospitalità del mondo nel suo insieme; una condizione che la stessa attività costruttiva contribuisce in molti casi ad aggravare traducendosi in azioni distruttive delle abitabilità dei luoghi. La presa di coscienza che il mondo è un organismo unitario e che un delicato equilibrio consente il riprodursi della vita deve guidare l’atto del costruire. L’azione di dominio e di presa di possesso che è implicita nell’erigere edifici e nell’imporre segni stabili alla terra deve tradursi nel suo contrario. Acquistare leggerezza ed educare ad essa è uno dei temi cardinali della nostra architettura intesa come interpretazione del sentimento dell’abitare. Per leggerezza si intende quindi una azione trasformativa dello spazio animata da un atteggiamento d’amore sia per ciò che chiamiamo natura sia per l’ambiente costruito in cui sono riflessi tratti di ciò che chiamiamo umano. Ascoltare il paesaggio significa disporsi al dialogo con la molteplicità delle forme dei significati trasferiti nell’ambiente costruito come riflesso della vicenda umana; significa recepire nella trasformazione del presente tale molteplicità con ricchezza insostituibile. “Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell’uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre; contribuire inoltre a quella trasformazione che è la vita stessa delle città. Quanta cura, per escogitare la collocazione esatta di un ponte e di una fonatana, per dare a una strada di montagna la curva più economica che è al tempo stesso la più pura. Ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di passato, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire, significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti.

[…]L’architettura è ricca di possibilità più varie di quel che non farebbero supporre i quattro ordini di Vitruvio; i blocchi, come i toni musicali, sono suscettibili di infinite variazioni.[…] Ogni pietra rappresentava il singolare conglomerato di una volontà, di una memoria, a volte di una sfida. Ogni edificio sorgeva sulla pianta di un sogno”. (Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar)

Quando la città e il paesaggio urbano sono ridotti a pensare se stessi come un dispositivo il cui uso dovrebbe regolarsi sulla storia che vi è consegnata e che può rispecchiarvisi, in essa si esaspera quell’abuso dello spazio di cui parlava Paul Valery, a cui, paradossalmente, si può sfuggire soltanto nel museo: sia che lo si intenda come semplice passaggio, aperto a tutto e a tutti e ove svanisce perfino l’idea di una memoria, sia, invece, che esso si richiuda su se stesso come una tomba inizialmente profanata ma che conserva intatto il proprio segreto.